Il Treno delle 0.40

IL TRENO DELLE 0,40 di Emilio Buccafusca

“I luoghi che abbiamo conosciuto non appartengono solo al mondo dello spazio nel quale li situiamo per maggiore felicità. Essi sono solamente uno specchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita di allora; il ricordo di una certa immagine non è se non il rimpianto di un certo minuto; e le case, le strade, i viali son fuggitivi, ahimè, come gli anni” Marcel Proust (Du cotè de chez Swann)

Ultimo della classe, pigro, svogliato, si staccava dalla piattaforma della stazione di Piazza Garibaldi, tra la disattenzione generale, alle zero quaranta.

Non lo degnavano di un’occhiata nemmeno i facchini che, malgrado fossero curvi sotto il peso di cassette per militari in licenza, valigie di cartone legate con lo spago, spropositati fagotti approssimativi, non avevano per quel treno mai nulla da trasportare.

Treno autarchico, almeno dal punto di vista del facchinaggio. ed a questa autarchia obbedivano soprattutto alcuni esseri strani e misteriosi che una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto pianeta, apparvero portandosi a spalla due lunghe assi cornute, impattate a due mazze di nocciòlo con alla punta un chiodo e due rotelle di bambù. Pantaloni alla zuava, scarponi di montagna, sacco alpino, occhialoni scuri appesi al collo o sistemati a nastro sul cappello, andatura di allegria, (si vedrà fra poco) carburata da un solido appetito.

Viaggiavano in terza classe e piuttosto che mettersi a dormire intonavano cori della naja. Un cantare dolce, caldo melodico. Attenuato e in sordina diventava quasi un mugolìo di tribù pagana riunita a propiziare gli spiriti della propria divinità: la neve. Una divinità surgelata rispetto al sole di Napoli ma bella, soave, immacolata e castissima, salus infirmorum, lontana e raggiungibile in otto ore. Otto interminabili ore notturne di un viaggio ch’era una veglia d’amore.

Non possono intenderla certo i viaggiatori dei jet che in molto meno trasvolano continenti. Eppure fra quel treno e gli aerei d’oggi non sarebbe cattivo gusto elencare qualche differenza.

Quel treno partiva senza rumore e si fermava a tutte le stazioni. Non così fanno gli aerei che non si fermano mai. Quì si dorme, lì non si dormiva. Negli aerei nessuno oserebbe, anche se folle, mettersi a cantare. In quel treno il canto era un mito, una necessità primordiale, un bisogno religioso. Sugli aerei si consumano pasti serviti ad aria pressurizzata , leggeri più del vasellame che li contiene, commestibili in pochi minuti, sterilizzati, asettici, lucidi di cellophane, inodori, spesso insapori, ma sempre bilanciati come i mangimi del veterinario.

Per quel treno (che dopo molte piccole fermate si concedeva uno scalo di due ore, nel pieno della notte a Caianello-Scalo) era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione e sentirsi cavalieri erranti accolti da un ospitale signore del medioevo. C’era un camino che vampava come un altoforno. A quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesana. Strizzati nelle pagnotte, prima di essere addentati, gemevano oro suino a 24 carati . Si delibavano melanzane sotto aceto , si vuotavano fiaschi a volontà ed alla fine per stabilire un ordine in tante fonti di energia si ordinavano mozzarelline allo spiedo che nel rosolarsi ingentilivano l’atmosfera già satura di odori patriarcali piuttosto robusti.

L’accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all’addiaccio, si rimetteva in marcia alle quattro e dodici.

Tùnf, tùnf, Tòra-Presenzanòòòòò…buio pesto. Non si vedeva nè Tòra, nè il nobilissimo feudo di Presenzano.

Sesto Campanòòòò…ciùf,ciùf,ciùfff. Venafròòò…..ffff, tozza, tarchiata, la vaporiera grassotella annusava la notte con sospiri di faville, con boccate di fumo che somigliavano un poco a quelle del Vesuvio (allora ancora in attività di servizio).Ripartiva per rifermarsi. Ad ogni stazione gli stessi sbuffi, le stesse nubi basse di vapore nelle quali andava a perdersi la lanterna cieca, agitata dall’uomo nero, capotreno, capostazione, controllore, guardia-freni, l’uomo-tutto. l’uomo-corno di ottone che ad ogni partenza soffiava ostinato la carica come il trombettiere di uno squadrone di cavalleria decimato fino all’unità: una cavalla sola, la locomotiva.

Roccaravindolààà, Macchia d’Iserniààà, S.Agapito Longanòòò. E così sempre avanti nella notte sempre più fredda e più nera. Un favoloso itinerario, una litania di stazioni con due, tre nomi, anzi col nome e il cognome, la paternità. Carpinonéééé, Sessano-Civitanova, Pescolanciano-Chiàuci, Carovilli-Roccasicura, S.Pietro Avellana-Capracottààààà.

All’appello non mancava nessuno. Sembrava senza mai fine quella lista di reclute d’una invisibile Armata del Sogno.

Montenero-Valcocchiara, Alfedena-Scontrone: il primo brivido. Era già l’ora della “madrugada”, era cioè quel momento cosmico nel quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire. Gl’italiani che sanno tradurre in proprio tante cose questa parola ancora non l’hanno assimilata. Bene, alla “madrugada” si scopriva il primo biancore della terra. Era luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e più che vedersi s’intuiva.

La vaporiera intanto alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all’ultimo balzo. Prendeva fiato come un atleta armai molto avanti negli anni che sa per esperienza il fatto suo. Si faceva controllare da un esperto l’arma segreta dello spazzaneve che nella bocca le traballava come una dentiera.

A S. Ilario Sangro, il miracolo del primo raggio di sole, il primo raggio del primo sole che insieme al treno del mattino saliva a dare il buongiorno alla Rocca sul Ràsine.

Altéra, superba, questa rocca ? No tutt’altro. Era un pugno di case raggrumate come un gregge freddoloso intorno al campanile di una chiesa madre. Un timido umile gregge vegliato dalla pace e dal silenzio. La cappella si San Berardino a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella era chiuso dalla neve.

A Portella, in solitudine, viveva un eremita e nella più nuda semplicità cantava eterne lodi ascoltato soltanto dal Signore. Aveva una minuscola campana che nessuno suonava mai. Bastava già il suono di quelle della chiesa-madre dove S. Ippolito il guerriero ostentava elmo e corazza o quelle di San Rocco che offriva ad esempio di patire le proprie morsicature a sangue raggrumato. Nella voce umana, familiare, intima, universale, sommessa, discreta, malinconica e dolce delle uniche campane di Roccaraso, ad ora fissa, si trasmetteva la voce e la presenza di Dio.

Qui alla Rocca sul Ràsine, l’accelerato delle zero quaranta da Napoli, depositava alle 8 gli “skiatori” (sì proprio col “k”) che quando erano numerosi non superavano mai la ventina.

Si avviavano subito al Vallone di San Rocco disseminando nell’aria che odorava d’incenso, odori di catrame e paraffina. Sfoderati due magici nastri di pelle di foca li incollavano agli ski aventurandosi alla Selletta, all’Aremogna, al Rifugio, alle Toppe del Tesoro, al Pratello, al Monte Greco. Erano a volte capaci di una traversata difficile quanto quella di Nansen in Groenlandia: la Roccaraso-Scanno.

Erano pochi ed il silenzio li ingoiava come pesciolini buttati nell’oceano. Nella distanza sembravano formiche, puntini, granelli semoventi. Skiavano tutto il giorno col sacco sulle spalle dove portavano viveri, indumenti ed accessori preziosi, come ad esempio una spatola di alluminio a forma di lancia. Era nientemeno che la punta di ricambio di uno ski.

La possibilità di rottura era frequente. Quell’arnese stava agli ski come la ruota di scorta alle bucature di un automobile.

Tornavano alla base entro le cinque della sera. L’accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa. Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, Piazza Garibaldi. Ed anche molti sogni !

Adesso a Roccaraso si arriva in due ore di automobile. Quel grumo di case addossate l’una all’altra, pecorelle di un gregge infreddolito, è un esplosione di superbia e di spavalderia, una frenetica gara condomini e grattacieli, pentacamere e triservizi. Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano alle falangi di sciatori: boutique, snack, night, coiffeur, bar, winter-sport.

Parole familiari al linguaggio dell’Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l’Italia atlantica dei drinks, degli ski-lift, degli ski-pass !

Nel Vallone di San Rocco c’è la Sitar con i cavi e i seggiolini del Belisario e di Roccalta. Pelli di foca addio ! All’Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville sotto l’arcobaleno permanente delle funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non potessero fare in tutta la stagione.

Al Pratello, alle Toppe del Tesoro, ci si dà appuntamento come in città ad un caffè del centro.

Alla Portella, l’Eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di Tivù. Per quanti si recano in chiesa l’incenso è chimico e le campane hanno la voce dell’Enel. Suonano elettricamente come le chitarre-beat. Il Curato indossa il clergy. Sulla neve di quella che fu la bianca immacolata Rocca sul Ràsine si posa un grasso velo di smog.

Alle cinque della sera la stazione ferroviaria è deserta e l’ultimo guardiano recita un requiem per un fantasma. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende un’ombra che assume le sembianze di un treno. E’ quello degli skiatori e chiede di essere ricordato ora che l’orgia del vivere si pasce di altri miti.

ROCCARASO CINQUANT’ANNI DOPO

Racconto inedito di Emilio Buccafusca… il seguito di “Quel treno delle 0,40”

I vecchi sciatori, i pionieri degli anni trenta, quando adesso s’incontrano a Roccaraso, non si stringono la mano, né si dicono buonasera o buongiorno. Appoggiano l’un l’altro una mano sulla spalla, lanciano intorno uno sguardo e poi fissandosi negli occhi, mentre il capo ondeggia, sussurrano: “Eh, ti ricordi ?…”

E da quest’esclamazione evocativa, come tirati fuori da un cordone ombelicale lunghissimo, ad uno ad uno, si presentano immagini ed avventure d’altri tempi.

“Ti ricordi? Il Montemaiella di Marchetti, con quelle pitture circumvisioniste di Peirce e Pepe Diaz, era qui, lassù la Monaca, (…)”

Certo chi arriva adesso a Roccaraso stenta a riconoscere il luogo ed i superstiti degli abitatori incontrati trent’anni fa.

Se la memoria l’aiuta non riconosce più nemmeno la strada che, una volta già da Venafro tutta polvere, buche e sassolini, adesso è un solo nastro d’asfalto cartellonato d’indicazioni esatte e precise, abbondanti d’una loquacità quasi eccessiva ma in fine confortevole come il discorrere d’una persona che accompagna il viaggio e tiene buona compagnia.

Insomma tutto è cambiato. Prefazione alla metamorfosi è, tanto per dire, un grattacielo che sovrasta la vecchia rocca e il nuovo campanile. Una costruzione forse necessaria, forse utile e funzionale ma che è certamente priva di quel sottile piacere annidato negli incontri col passato. Appena superata l’ultima curva, quella che un tempo era la rustica piazza, dove i vecchi avvolti nelle cupe mantelle nere prendevano il sole, non c’è più. Ci sono negozi sgargianti d’insegne dai bei nomi italici. La bottega è “boutique”, il dolciere è “snack”, l’osteria è “grill e night”.

I nostalgici inguaribili sussurrano disorientati: “…è meglio se andiamo all’Aremogna!” e ricordano le pelli di foca, la lunga risalita del Vallone di San Rocco, la sosta al Campo degli Alpini, la conquista della Selletta ed infine la discesa nella Piana prima di affrontare l’interminabile saliscendi di bozze e gobbe per il Rifugio. Sembrava sempre vicino ed intanto non ci si arrivava mai. Quelle luci accese nella notte erano la gioia di una fiaba per bambini. Se ad aspettare non c’era la Fata bionda col vestito azzurro si trovava in compenso il calore d’una ospitalità generosa di gioia e di conforto fisico, si riceveva il premio d’una conquista affrontabile solo da pochi privilegiati. Pace, solitudine, silenzio. Una piramide al cui vertice c’era la felicità.

E adesso? Adesso niente di niente. C’è la radio, la tv, le glaciali lampade fluorescenti e per colmo di misura, ci sono anche camerieri in giacca bianca.

Questa lunga premessa è per il lettore al quale si racconta di quattro “veci” (come nel gergo di montagna si chiamano i veterani) che in una sera da lupi di quest’ultimo ferragosto si sono avviati al Rifugio dell’Aremogna per mostrare alle rispettive consorti in loro compagnia, il clima poetico della montagna d’una volta.

Si sono avviati in automobile come oggi, sulla rotta di Cristoforo Colombo, ci avvieremmo con un jet. Quasi per una forma di solidarietà sentimentale, s’è fatta avanti la nebbia fitta, impenetrabile, paurosa, la vecchia nebbia protagonista dei racconti più avventurosi, quella che fa dire: “Si può tagliare col coltello” e che intanto non si fa perforare nemmeno dai delle cinque marce costringendo a percorrere gli otto chilometri della nuova strada asfaltata a passo d’uomo cioè allo stesso passo col quale i “veci” facevano la pista.

Ma giunti al Rifugio è stata presto dimenticata. L’interno, descritto dai nostri eroi, come luogo rustico e primitivo era invece quello accennato in prefazione. Le consorti ridacchiavano mentre i mariti, mesti e delusi prendevano posto alla mensa imbandita secondo le norme dell’Istituto Alberghiero, norme standard e valevoli per territori metropolitani e d’oltre frontiera. La radio andava a tutta voce. La Tv a tutto vapore. La potenza dell’immagine a 21 pollici del più detestabile fra i monopoli nazionali uccideva senza pietà la poesia e le suggestioni di un Rifugio d’altri tempi. Gli urlatori facevano il resto così che alle giovani mogli dei veterani appariva ridicola ogni precedente descrizione degli urli di bufere e tempeste godute dai consorti fra quelle pareti.

Ma qui, dal cuore di uno dei mariti, zampillò disperata una invocazione all’unico potere ancora invocabile e cioè a quello dell’ottimo Giove Tuonante che nella sua versione abruzzese aveva in passato concesso molti saggi della sua energia affatto nazionalizzabile. L’invocazione non andò perduta. Mosso a compassione, il Giove indigeno, mise il contatto e giù una saetta di spropositate dimensioni. Radio, luce, teleschermo e perfino il candore della giacca dei camerieri vennero ingoiati dal buio più nero che le notti dell’Aremogna ricordino.

Spontaneo, prorompente scoppiò in quel buio un applauso ad otto mani. Erano ovviamente quelle dei nostri quattro cavalieri esauditi nel loro desiderio.

°°°°°°

Alla tremula luce delle candele, come richiamate per un incantesimo, comparvero ombre e figure, si udirono voci di personaggi del passato.

“…che sole sulle Toppe ! neve farinosa, stupenda !”

“…il Pratello: un incanto !”

“….Ti ricordi quella sera ? nevicava….”

“no, era tormenta!”

Entra Arturo Vescovo con la chioma di argento lucidato. Lo segue Mario Donato lanciando i suoi joglie con la gola di un tenore del San Carlo. Arriva Giannino Perez insistendo che tutto è a posto mentre in realtà è tutto fuori posto a cominciare da Armando Rapolla che si è perduto in un sentiero ancora da scoprire. Lo soccorre Pasquale Palazzo che in base ad esatti calcoli scientifici sulle curve di livello delle tavolette dell’istituto Geografico Militare dimostra come si possa partire per recuperarlo. Viene Marco Poténa che dichiara di essere pronto a mangiarsi mezzo capretto allo spiedo mentre il silenzio di Massimo Grandillo è più impenetrabile d’una cassaforte. Scrollandosi la neve dalla chioma nera compare Ubaldo Peisino e poi Giacomo Sangiorgio che conferma le sue previsioni sul maltempo. Prendono posto sulle panche Renato La Monica, Carlomagno, Eduardo Ruggiero. Si stringono per far luogo al gentil sesso intrepido che sopraggiunge. C’è Mondella Gaetani, Anna Baùco, Teresita Scapagnini, Bea Burkardt, Nada Minghetti.

Tutti questi personaggi scompaiono e ricompaiono, s’incontrano compenetrandosi come i beati del Paradiso o le immagini di una pellicola futurista. Con loro s’illuminano gli scenari del paesaggio preferito da ciascuno. La vecchia Roccaraso degli anni trenta e il suo Rifugio, il suo Albergo Montemaiella decorato da pitture avveniriste di Peirce e Pepe Diaz, la pensione della Monaca, quella del notaio Angeloni, la casa di Corradino del Castello, il Reale di don Gregorio Cipriani, il Savoia del colonnello Zamboni, passano Camillo e Clementina Redaelli, Giulia ed Evaldo, luccica il faccione di Ippolito Salotto, ci viene accanto la vecchiarella dei merletti di Pescocostanzo, quella delle caciotte di Rivisondoli, arriva il fischio del treno della stazione, il trenino stanchissimo per il lungo viaggio compiuto nella notte…odore di scioline…All’improvviso sul tremolio delle steariche piomba la crudeltà inconsapevole di un nazionalizzato centralinista dell’Enel che ha riparato il guasto temporaneo.

°°°°°°

Sul viso dei nostri eroi la luce elettrica illumina una smorfia di delusione e di disappunto. Anzi un disagio in tutto simile a quello di quando in un teatro, in un cinema, si accendono le luci in sala perché lo spettacolo è finito.

Ci vuol poco a distruggere le illusioni ed i sogni.

e.b

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